Sono stato sinceramente sorpreso nello scoprire l’incredibile ritardo storico di tanti uomini e donne di governo, in specie tedeschi, nel visitare luoghi come Auschwitz e lo Yad Vashem, il, Memoriale della Shoah di Gerusalemme. È parte di una serie infinita di comportamenti da cui sembra evincersi che siano troppo pochi coloro che hanno coscienza concreta della storia dello Sterminio voluto dai nazisti e in definitiva della Seconda guerra mondiale. Ci sono persino sindaci italiani che definiscono Auschwitz «divisivo». Divisivo? Auschwitz è una voragine senza fondo, l’abisso che mostra la lacerazione totale dell’umanità in due, in cui le zone grigie, anche se nella pratica sono esistite, vengono stritolate dal peso di un crimine inemendabile. Pietre d’inciampo che si negano perché porterebbero nuovo odio e divisione, come se la storia da cui nascono non sia stata già semina tremendamente fertile di mostruosità che solo in parte conosciamo, come se l’odio venisse dalle pietre e non dagli uomini.

Emirati Arabi Uniti a febbraio, Marocco a marzo, Thailandia e Giappone a novembre: tre delle sette visite internazionali compiute da Papa Francesco nel 2019 hanno fatto tappa in paesi in cui la Chiesa cattolica è minoritaria. Prende le mosse da questa considerazione il cardinale presidente Miguel Ángel Ayuso Guixot nel tracciare un bilancio delle attività del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso nell’anno che si è appena concluso: “viaggi della fratellanza” li definisce con riferimento al magistero itinerante del Pontefice e in particolare alla visita conclusasi con la storica «Dichiarazione di Abu Dhabi» di cui il 4 febbraio ricorre il primo anniversario. Dei tre viaggi il missionario comboniano spagnolo è stato testimone privilegiato partecipandovi nel seguito papale dapprima come vescovo e nell’ultimo da cardinale avendo ricevuto la porpora nel concistoro di ottobre.

L'Italia è in emergenza demografica. Ma nel mondo sviluppato i tassi di fecondità sono ovunque un problema. E' l'effetto di una cultura che ha trasformato tutto in merce e reso i figli un optional
Con un tasso di fecondità sceso nel 2018 a 1,29 figli per donna l’Italia è in piena crisi demografica. Ma si può fare qualcosa di utile contro il crollo delle nascite? Ovviamente sì. Ma chiunque volesse cimentarsi nell’impresa dovrebbe tenere conto di un aspetto che può sconfortare: per ridare linfa alla natalità non basta il pur indispensabile impegno per cercare di colmare la distanza che ci separa dai Paesi con assegni per i figli più generosi, un fisco più leggero per chi ha famiglia e misure più incisive per favorire la conciliazione casa-lavoro. Intendiamoci, è tutto molto più che necessario: è dovuto. Ma ogni sforzo dovrebbe fare i conti con una cultura che ha messo i figli fuori dall’orizzonte del dono, trasformandoli in un bene desiderato ma non primario, a volte un lusso, altre un optional.
Internet si è rotto. La Rete che doveva connettere il mondo, facendo circolare le idee migliori, ha finito col premiare chi urla e odia di più, chi truffa, imbroglia o semina il male, a discapito del dialogo, del confronto e di tutto ciò che di buono c’è.

Le persone sono diventate utenti. Da usare, da fomentare, da manipolare (secondo l’Oxford Internet Institute, attraverso i social accade abitualmente in 70 nazioni). Perché litighino, si scontrino e si odino come accade solo tra le peggiori tifoserie. Oppure perché spendano senza sosta per rincorrere continue «offerte incredibili», sempre più mirate ed «emotive». Perché già oggi «gli under 40 non comprano prodotti ma emozioni».

Che internet si fosse rotto l’aveva già detto due anni fa il fondatore di Twitter. Una frase che ha fatto il giro del mondo. Scontrandosi con uno dei mali del nostro tempo: quando qualcosa si rompe, sempre più spesso siamo tentati di cambiarlo. Così ci ha insegnato il consumismo: meglio comprare un nuovo oggetto uguale che ripararne uno rotto. Ma come si fa, se a rompersi è Internet? Come si fa a costruirne un altro? Qualcuno, per la verità, ci ha pensato. Da una prospettiva sbagliata, però. Cioè quella di dare vita a un internet ancor più veloce ed esclusivo, ad appannaggio soprattutto delle aziende più potenti e delle persone più ricche. Un altro Internet fatto per escludere ancora di più, invece che includere.

Dal Memoriale di Hiroshima, che sorge esattamente sul punto dove esplose la prima bomba atomica americana, il Papa ha tenuto un discorso in cui dice che è «immorale » non solo l’uso, ma anche il possesso delle armi nucleari. Uno Stato è riprovevole e moralmente condannabile non solo se sgancia una bomba atomica, ma anche se ce l’ha negli arsenali. Le bombe atomiche sono una minaccia che grava sull’esistenza dell’umanità.

Noi viviamo in un’epoca in cui non scoppia una guerra mondiale come quelle del Novecento perché tutti hanno paura, sanno che possono distruggere il nemico ma anche venire distrutti. E la distruzione non riguarda coloro che combattono, che invadono, che occupano, ma tutti: l’avvento delle armi nucleari mette l’umanità di fronte al pericolo della propria scomparsa.

Svaniscono i concetti di distruzione del nemico, occupazione del suo territorio, impianto della nostra storia dove c’era la sua storia, e subentra un altro concetto, totalmente nuovo nella storia militare e nella storia tout court dell’umanità: la distruzione totale, che è diversa dalla distruzione di massa. Distruzione di massa significa distruzione di quantità incalcolabili di vite umane, distruzione totale significa distruzione di tutta la vita, umana e non. Non solo delle vite che in questo momento vivono nella terra bombardata, ma anche delle vite che vi nasceranno domani e dopodomani.

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