Sabato Santo, 11 Aprile, i fedeli della Diocesi di Milano, stando riuniti in casa con i propri familiari, si sono uniti in preghiera con l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, che dal Duomo, ha presieduto la solenne celebrazione della "Veglia di Pasqua"

Di seguito pubblichiamo l'omelia di Mons Delpini

 

La fede del popolo, messaggio per tutta la terra

  1. Povera, fragile fede.

Perché la nostra fede è così fragile? Perché l’imprevisto diventa una obiezione sconcertante per la nostra fede? Perché la tragedia che irrompe nella vita di una persona, di una famiglia mette in crisi la fede di chi nel suo credo professa la risurrezione?

Perché professarsi cristiani, popolo che crede in Cristo, è diventato così imbarazzante nei rapporti quotidiani? Perché sembra una forma di saggezza professare di avere domande invece che di avere certezze? Perché si considera più motivata la cautela piuttosto che il coraggio, l’inquietudine piuttosto che la pace, la disperazione piuttosto che la speranza? Perché, se proprio si deve credere a qualche cosa, sembra più sensato credere alla morte che alla vita?

Perché sembra che tutto sia più interessante della verità più essenziale? Perché ogni particolare di cronaca, ogni stranezza di personaggi famosi, ogni battuta di politici, ogni indice economico merita più attenzione della questione decisiva: che senso ha la nostra vita?

Perché l’evento di quel primo giorno della settimana è più uno spavento che un alleluia?

  1. L’insostenibile solitudine dell’ “io”.

Se sei solo, se sei sola, non basti per dire la verità. Se sei solo, se sei sola, non hai abbastanza forza né sapienza né voce né argomenti né gioia per andare fino al cuore del mistero. La fragilità della fede contemporanea è dovuta alla solitudine. Questo “io” così arrogante si impone come principio del bene e del male, ma adesso è stanco: deve ogni volta creare di nuovo il mondo e dare nome a ciò che crea. Questo “io” così narciso continua a compiacersi di sé, delle sue certezze e dei suoi tormenti, ma adesso è depresso: non si piace più tanto come una volta.

Questo “io” libero si esalta di non essere legato a niente e a nessuno e perciò di poter pensare tutto e anche il contrario, di poter provare tutto e non dipendere da niente, ma adesso è spaventato: la sua libertà è come una prigione di solitudine.

  1. Perciò celebriamo la veglia pasquale.

La veglia di Pasqua è convocazione per sostenere la fede, per dare fondamento al credere e alla speranza, perciò alla gioia di Pasqua.

La veglia convoca l’universo, interpreta il mondo come una creazione, come un desiderio di Dio di dare casa all’uomo e alla donna, suggerisce che tutto ciò che esiste possa rivelare un significato, una intenzione, una accoglienza per l’amore che unisce è vivo e dà vita. Sarà destinato a finire l’amore? sarà destinato a fallire l’intenzione di Dio?

La veglia convoca la storia dei padri, interpreta la storia come il racconto di una alleanza che raduna il popolo amato da Dio, che lo chiama a libertà, che dà buone ragioni per attraversare il deserto per la promessa di una terra benedetta. Dio si impegna per una alleanza eterna. La promessa di Dio non torna a lui senza effetto, senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata. Basterà l’infedeltà del popolo a spezzare l’alleanza voluta da Dio? La veglia fa memoria dello spavento che è diventato missione, che è diventato principio di convocazione: Voi non abbiate paura …presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea. E così comincia la Chiesa, come popolo in cammino nella storia “per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome …

La veglia di Pasqua, così povera quest’anno, si celebra anche quest’anno per dare alla fede cristiana il fondamento: Gesù è risorto, un popolo nuovo è convocato, la missione è cominciata.

Possiamo vivere la fede perché siamo popolo che ascolta, che obbedisce alla parola ascoltata, che celebra la presenza di Gesù risorto

  1. Fede di popolo.

In questa veglia senza battesimi comprendiamo meglio il nostro battesimo: l’evento più personale, il momento originario in cui siamo stati chiamati per nome, è il più comunitario. Siamo chiamati per nome perché apparteniamo a una comunità. La nostra fede in Gesù è fede condivisa: più che la persuasione tormentata dai dubbi di un “io” inquieto è l’appartenenza desiderata al popolo in cammino verso la terra promessa. In questa veglia senza abbracci e scambi di pace comprendiamo meglio le nostre relazioni: senza la convocazione siamo persi, isolati, sterili. La nostra fede è fede che edifica rapporti: più che la gelosa libertà di un “io” cauto nei legami e allergico ai vincoli definitivi è la decisione di servire per vivere la vita dei figli di Dio, la vita di Gesù.

In questa veglia che esclude troppi commensali dalla comunione sacramentale comprendiamo meglio la nostra fame: senza lo spezzare del pane non si aprono i nostri occhi a riconoscere la presenza di Gesù. La nostra fede genera una gioia condivisa: più che la presunzione di un “io” che si procura quello che gli serve, è necessario sedere a mensa e condividere quel pane che fa dei molti un solo corpo e un solo spirito.

Viviamo questa Pasqua come una invocazione: vieni, Signore Gesù, vieni e raduna il tuo popolo disperso! La nostra fede è fede di popolo, è iscritta nella storia del popolo di Dio, è ambientata nel mondo creato da Dio per ospitare l’amore.

Venerdì Santo, 10 Aprile, tutti i fedeli della Diocesi di Milano, stando riuniti in casa con i propri familiari, si sono uniti in preghiera con l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, che dal Duomo, ha presieduto la celebrazione della "Memoria della Passione"

Di seguito pubblichiamo l'omelia di Mons Delpini

 

Vi erano là anche molte donne

(Mt 27,55)

 

Voi che osservate da lontano, donne di Galilea e voi che osservate da lontano, voi madri sorelle, figlie, amiche, voi che siete state perseveranti quando i discepoli sono fuggiti, voi che avete continuato a guardare quando molti hanno distolto lo sguardo, voi che non avete predicato, parlateci di quello che avete visto, di quello che avete pensato, aiutateci a capire per quale via si possa entrare nel mistero, come si possa rimanere fedeli, come si possa morire senza morire.

Dovrebbero esserci donne a parlare questa sera, di fronte a questa croce. Dovrebbero esserci donne. Non ci sono. Presterò la mia voce, per quanto impropria.

Maria Luisa (Spaziani, + 2014): Non chiedermi parole, oggi non bastano. / Stanno dei dizionari: sia pure imprevedibili / nei loro incastri, sono consunte voci. / … / Vorrei parlare con te – è lo stesso con Dio - / tramite segni umbratili di nervi, / un fremere d’antenne, un disegno di danza / un infinitesimo battere di ciglia, / …

Le donne che osservavano da lontano dicono che lo spettacolo della croce impone altro pensiero, altro modo di sentire e condividere, altro modo di fare silenzio: forse il compatire.

La via irrinunciabile per conoscere: Vincenza (Capitanio + 1847): chi conosce il Crocifisso sa tutto, chi non lo conosce, non sa niente.

Riconoscere la via della salvezza: Madeleine (Delbrel + 1964): “Salvare il mondo non significa offrirgli la felicità, ma dare un senso alla sua sofferenza e regalargli una gioia che nessuno potrà sottrargli”

Etty (Hillesum + 1943) Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. (…) Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch'esse fanno parte di questa vita. (...) tocca a noi aiutare te, difendere fino all'ultimo la tua casa in noi.

Emily (Dickinson + 1886): A un cuore in pezzi / Nessuno s’avvicini / Senza l’alto privilegio / Di aver sofferto altrettanto.

Chi sa? Imparare a pregare?

Alda (Merini + 2009): Gesù,/ per coloro che hanno perso la mente / e i princìpi della ragione,/ per coloro che sono oppressi / dal duro silenzio dei martiri, / per coloro che non sanno gridare / perché nessuno li ascolta, /per coloro che non trovano altra soluzione /al grido che la parola, / per coloro che scongiurano il mondo /di non devastarli più, /per coloro che attendono un cenno d’amore / che non arriva, /per coloro che erroneamente / fanno morire la carne / per non sentirne più l’anima./ Insomma, /per coloro che muoiono nel nome tuo, / apri le grandi porte del Paradiso / e fa’ loro vedere / che la tua mano / era fresca e vellutata, / come qualsiasi fiore, / e che forse loro troppo audaci /non hanno capito che il silenzio era Dio / e si sono sentiti oppressi /da questo silenzio / che era solo una nuvola di canto.

Forse una rivelazione

Angela (da Foligno + 1309): Ho avuto questa divina rivelazione: "Dopo le cose che avete scritto, fa' scrivere che chiunque vuole conservare la grazia non deve togliere gli occhi dell'anima dalla Croce, sia nella gioia sia nella tristezza che gli concedo o permetto" (…)

Il mercoledì della settimana santa stavo meditando sulla morte del Figlio di Dio incarnato; mi sforzavo di liberare la mente da ogni altro pensiero per poter avere l’anima più raccolta nella sua passione e morte ed ero tutta occupata nella ricerca e nel desiderio del modo migliore di farlo per avere un ricordo più vivo della passione e morte del Figlio di Dio. Allora, improvvisamente, mentre stavo in tale occupazione e ricerca, sentii nella mia anima queste parole divine: «Io non ti ho amata per scherzo». Esse furono per me un doloroso colpo mortale, perché subito si aprirono gli occhi dell’anima e capii che quello che diceva era verissimo. Compresi le opere del suo amore e tutto quello che il Dio e uomo straziato soffrì nella vita e nella morte per amore indicibile e profondo.

Allo stesso modo in cui capii tutte le opere del suo verissimo amore e la piena verità di quelle parole in riferimento a Lui, che mi amò non per scherzo ma in modo perfettissimo e profondo, mi resi conto che in me c’era tutto il contrario, perché non l’amavo se non per scherzo e falsamente. Quella visione fu per me una pena mortale e un dolore così insopportabile che credevo di morire”.

Una vocazione a percorrere con Gesù la via della passione: Madelein (Delbrel + 1964): La passione, la nostra passione, sì, noi l'attendiamo. Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza. La passione, noi l'attendiamo. Noi l'attendiamo, ed essa non viene. Vengono, invece, le pazienze.Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci senza la nostra gloria. Fin dal mattino esse vengono davanti a noi: sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti. E' il telefono che si scatena; quelli che noi amiamo e non ci amano più; è la voglia di tacere e il dover parlare, è la voglia di parlare e la necessità di tacere; è voler uscire quando si è chiusi e rimanere in casa quando bisogna uscire; è il marito al quale vorremmo appoggiarci e che diventa il più fragile dei bambini. Così vengono le nostre pazienze. Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di sgranati da un capo all'altro della vita. E' la passione delle pazienze.

Anche per le donne che stavano osservando da lontano scende infine anche quella sera. Come sarà entrare in quella notte? Come in attesa dell’amore, come Anna (Achmatova + 1966): Guardare, come si smarriscono i sentieri / dentro al bosco, all’imbrunire ormai del giorno, / ebbra del suono di una voce /che è simile alla tua. / E sapere che tutto è già perduto, / che la vita è un tremendo inferno. / Ero certa / che saresti ritornato.

E Marilena citando Emily (Dickinson + 1886): Non sapendo quando l’alba possa venire/ lascio aperta ogni porta, / che abbia ali come un uccello / oppure onde, come spiaggia.

Giovedì Santo, 9 Aprile, tutti i fedeli della Diocesi di Milano, stando riuniti in casa con i propri familiari, si sono uniti in preghiera con l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, che dal Duomo, ha presieduto la celebrazione eucaristica "in Cena Domini".

Di seguito pubblichiamo l'omelia di Mons Delpini

State scrivendo una storia della salvezza

 1) Una parola per voi. Una parola per me.

 C’è qui una parola per voi, profeti in fuga dalla missione, profeti spaventati per l’ostinato desiderio di Dio di salvare la gente di Ninive, di salvare invece che punire, di salvare invece che distruggere. C’è una parola per voi, profeti addormentanti nel mezzo della tempeste, che dormite profondamente mentre la nave affonda.

C’è una parola per voi, profeti inadatti ad essere profeti; facili all’invettiva e al risentimento, impenetrabili alle intenzioni di Dio e allergici alla sua misericordia.

C’è una parola per voi, poveri profeti da niente, profeti di cui la storia si prende gioco.

C’è una parola per voi, discepoli mediocri, incapaci di vegliare un’ora con il Maestro angosciato. C’è una parola per voi discepoli ottusi smarriti di fronte alle confidenze ultime, al segno del pane e del calice, consegna di sé irrevocabile nel corpo dato, nel sangue versato.

C’è una parla per voi discepoli maldestri, che usate la spada quando la via del Signore è la mitezza; che siete vinti dallo spavento, quando la via del Signore è la fortezza. C’è una parola per voi, discepoli infedeli, indotti a rinnegare dalle insinuazioni di una serva. C’è una parola per voi, discepoli da poco, inclini a dissociarvi dall’amico e Signore piuttosto che fare brutte figure ed essere esposti al ridicolo, all’accusa umiliante e pericolosa.

 C’è una parola per voi, comunità deludenti che siete convocate dall’amore e non vi amate; comunità insignificanti, che dovreste essere un segno di comunione nello spezzare del pane e siete separati da beghe meschine, rivalità ridicole, egoismi impenetrabili alla grazia di questo pane e di questo vino.

2) Il fascino sconcertante della parola impensata.

 Quale è dunque questa parola rivolta a destinatari che hanno buone ragioni per sentirsi delusi di se stessi e deludenti per il Signore.

La parola è questa: voi siete dentro la storia della salvezza. Voi, così come siete, siete incaricati di scrivere pagine di Vangelo. Voi così poco disponibili alla profezia, siete chiamati come Giona a essere profeti: di malavoglia e risentiti, proprio voi, come Giona potrete convincere la città che c’è una via di salvezza, che Dio non è stanco della gente che grida fino al cielo la sua malvagità, Dio vuole ancora salvare. La vocazione alla conversione è affidata a voi, profeti da strapazzo! E se voi ubbidirete, la città sarà salvata.

La parola è questa: voi siete chiamati a essere i testimoni di Gesù, voi discepoli inadeguati, dovrete narrare di come siete stati con Gesù, avete ascoltato senza capire, avete guardato senza vedere. Dovrete dire a vostra vergogna come l’avete abbandonato, come avete avuto paura. Proprio voi, chiamati per nome con uno sguardo di predilezione eppure così impermeabili alle parole, così incapaci di contenere il vino nuovo, così ripiegati su voi stessi. Per secoli si domanderanno perché Gesù abbia scelto voi, gente inaffidabile. Ma la parola che risuona quest’oggi lo rivela: non perché siete eroi esemplari, non perché siete santi irreprensibili, ma perché avete pianto, perché vi siete sentiti trafiggere il cuore dallo sguardo di Gesù, avete ricordato la sua parola. Proprio per questo siete stati scelti, perché siete mediocri eppure avete ricevuto lo Spirito di santità, perché siete miopi eppure avete visto la sua gloria, perché siete fragili e confusi, eppure vi siete ricordati della sua parola e avete ripreso a camminare. Proprio per questo siete stati chiamati, perché tutti i peccatori, tutti i mediocri, tutti i borbottoni, tutti i vili e i pigri, possano alzare la testa e pensare: allora anch’io potrei essere discepolo, anch’io potrei essere testimone, anch’io missionario, anch’io santo.

 E la parola è questa: la comunità deludente e imperfetta, proprio questa Chiesa, custodisce quello che ha ricevuto dal Signore e che dall’apostolo è stato trasmesso. Proprio questa comunità che molti hanno lasciato, delusi nelle loro aspettative o pretese, che molti hanno contestato, che è di moda irridere e squalificare, proprio questa Chiesa celebra l’eucaristia e diventa un cuore solo e un’anima sola per annunciare la morte del Signore, finché egli venga.

Proprio questa Chiesa che molti hanno criticato perché ha raccomandato la prudenza in questo periodo, fino a rinunciare alle assemblee liturgiche e molti hanno criticato perché non è stata abbastanza prudente, e molti hanno criticato perché non è riuscita a convincere Dio a qualche miracolo spettacolare e molti hanno criticato perché continua a desiderare la convocazione festosa dei fedeli nella celebrazione eucaristica, mentre dovrebbe rassegnarsi a dichiarare fallimento e a tacere, proprio questa Chiesa è la comunità che si vuole convertire e incamminarsi fiduciosa per una nuova umiltà e tenacia nell’annuncio del Vangelo a tutti, fino ai confini della terra.

Domenica 5 Aprile, Domenica delle Palme, tutti i fedeli della Diocesi di Milano, stando riuniti in casa con i propri familiari, si sono uniti in preghiera con l’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, che dal Duomo, ha presieduto la celebrazione eucaristica.

Di seguito pubblichiamo l'omelia di Mons Delpini

LO SPRECO DEL PURO NARDO!

 

“Abbà Antonio, aiutami! – chiedeva il giovane Gregorio che era giunto presso l’eremo del santo padre Antonio – ho provato tutto nella vita e non ho trovato niente.

Ho provato il piacere dell’amore, il fremito della passione, ma l’amore è finito e la passione mi ha lasciato più vuoto di prima.

Ho provato l’ebbrezza del potere e l’orgoglio di avere servitori che obbedissero ai miei ordini. Ma poi mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: che meschinità!

Ho provato l’abbondanza del denaro che può comprare tutto. Ma mi sono accorto che la gioia di vivere non si compra da nessuna parte.

Abbà Antonio, che cosa devo fare? Devo ritirarmi anch’io in questo deserto?”.

Ma il santo padre Antonio rispose al giovane deluso e smarrito: “Se stai male con te stesso, non starai bene andando altrove. Ecco che cosa dicono le Scritture: tieni fisso lo sguardo su Gesù! Quando non sai dove andare, tieni fisso lo sguardo su Gesù; Egli è la via. Quanto non sai per che cosa vivere, tieni fisso lo sguardo su Gesù; Egli è la vita. Se non sai come intendere il momento che vivi, tieni fisso lo sguardo su Gesù; Egli è la verità!”.

E il giovane Gregorio se ne partì pensoso. Aveva cercato risposte, forse aveva perso tempo. Forse aveva trovato una via.

 

*** *** *** 

Il santo padre Macario si confidava un giorno con Abbà Antonio: “Ecco, non posso fare più niente. Non ho più forza per lavorare la terra. Le mie mani sono malferme, non posso più curare le ferite e le piaghe dei fratelli. I miei occhi affaticati non possono leggere le parole sante. Dimmi, Abbà Antonio, a che cosa può servire la mia vita?”.

Abbà Antonio si commosse della confessione del santo padre Macario e lo consolò: “Padre Macario, non affliggerti. Tu piuttosto siediti a mensa e sorridi, siedi all’ingresso della tua cella e sorridi, passeggia tra i campi e sorridi.

2 Ecco che cosa puoi fare: irradiare la gioia e donare la pace. La gioia è come il profumo di puro nardo: rende amabile l’umanità e desiderabile abitare la terra!”. Non so quanto ancora visse il santo padre Macario, ma dicono che la sua cella sorrida ancora.

 

*** *** ***

Il monaco Agatone fremeva di impazienza. In città infuriava l’epidemia e in lui ardeva il desiderio di correre là per dare aiuto.

Si consultò con Abbà Antonio: “Abbà Antonio, c’è bisogno di aiuto là dove infuria il morbo e troppi sono contagiati. Devo correre in città! Subito, subito!”.

Abbà Antonio rispose: “Quello che hai nel cuore è una santa ispirazione, ma prima scava un pozzo”. Il monaco Agatone era impaziente, ma obbediente. Con grande energia scavò un pozzo e ne venne acqua abbondante e buona.

Tornò quindi da Abbà Antonio: “Abbà Antonio, c’è bisogno di aiuto là dove infuria il morbo e troppi sono contagiati. Devo correre in città! Subito, subito!”.

Abbà Antonio rispose: “Quello che hai nel cuore è una santa ispirazione, ma prima semina il grano”. Il monaco Agatone era impaziente e fremeva, ma era anche obbediente. In tutta fretta seminò il campo di grano”.

Tornò quindi da Abbà Antonio: “Abbà Antonio, c’è bisogno di aiuto là dove infuria il morbo e troppi sono contagiati. Devo correre in città! Subito, subito!”.

Abbà Antonio ripose: “Quello che hai nel cuore è una santa ispirazione, ma prima raccogli in un libro le parole sapienti dei santi monaci”.

Il monaco Agatone era impaziente e fremeva ed era esasperato, ma anche obbediente. Scrivendo giorno e notte portò a compimento l’impresa.

Tornò quindi da Abbà Antonio: “Abbà Antonio, c’è bisogno di aiuto là dove infuria il morbo e troppi sono contagiati. Devo correre in città! Subito, subito!”.

Allora Abbà Antonio rispose: “Quello che hai nel cuore è una santa ispirazione. Parti subito. C’è bisogno di te. In fretta, in fretta!”.

Non si sa più nulla del monaco Agatone. Quello che si sa è che ancora adesso, dopo molti e molti anni, i monaci si dissetano all’acqua del pozzo, ogni anno raccolgono grano nel campo seminato e continuano a meditare le parole dei santi monaci.

 

*** *** ***

 

Forse anche così si prepara la Pasqua, questa Pasqua: versando profumo di nardo che riempie tutta la casa. L’attenzione che tiene fisso lo sguardo su Gesù, come quella di Maria di Betania, versa il puro nardo di grande valore. Anche la semplicità di chi non può fare niente e si limita a irradiare la gioia, versa il puro nardo di grande valore. Anche il tempo dedicato a preparare il futuro nella frenesia del pronto soccorso nulla sottrae ai poveri e invece versa il puro nardo di grande valore.

 

Carissimi fratelli e sorelle, presbiteri e diaconi, consacrate e consacrati, “la Pasqua verrà” ci ha ricordato l’Arcivescovo nel suo messaggio di vicinanza e incoraggiamento all’inizio di questo tempo imprevisto, difficile, drammatico ma vissuto da molte persone con dedizione, coraggio, creatività e resistenza.

La Pasqua verrà!

Questa certezza è un faro e ci impone di portare tutti insieme le fatiche e le angosce di coloro che vivono “in prima linea” questo momento di emergenza: i tanti malati, soprattutto coloro per i quali la Pasqua sta avvenendo o è già avvenuta, nella solitudine di una camera sterile; gli operatori del mondo sanitario, a cui va la nostra gratitudine e il nostro incoraggiamento, per la dedizione e lo stile vocazionale con cui vivono il loro lavoro in questo tempo così particolare; le tante persone che vivono con fatica questa condizione di restrizione e clausura imposta, che va a sommarsi ad altri impedimenti e motivi di fatica (pensiamo in particolare ai nostri anziani, a quelli ricoverati in residenze e strutture sanitarie).

La Pasqua verrà anche nella celebrazione della Chiesa universale, in comunione con Papa Francesco che ci sta confermando nella fede; in comunione con tutte le Chiese particolari che vivono in contesti di persecuzione, di guerra, di carestia, di insignificanza.

La Pasqua verrà anche nelle nostre celebrazioni che quest’anno avranno un andamento straordinariamente diverso dalla nostra bella e gloriosa tradizione, diverso da quanto già avevamo programmato e sognato di vivere insieme ... In queste settimane abbiamo già sperimentato il conforto e l’aiuto che ci hanno fornito i mezzi, antichi e nuovi, di comunicazione sociale ... Anche in questo modo abbiamo custodito nel cuore quella “voglia di comunità” e soprattutto quel desiderio di celebrazione eucaristica domenicale, di cui tutti avvertiamo la mancanza. Vorremmo perciò vivere i giorni della “settimana santa” e in particolare del Triduo Pasquale esprimendo nello stesso tempo il legame con il Vescovo e con il presbiterio delle nostre Comunità Pastorali, e il legame “domestico” della famiglia, delle piccole comunità di vicinato; ed anche il legame fraterno con chi è ammalato e solo: ciascuno e ciascuna famiglia, soggetti responsabili della celebrazione del mistero pasquale in un’intimità domestica che respira secondo il cuore di Dio. Oltremodo prezioso sarà, proprio nella “settimana santa”, esortare a questa responsabilità le famiglie dei ragazzi dell’iniziazione cristiana. Per quanto detto, a significare la bellezza ecclesiale della preghiera domestica, il sussidio che verrà approntato per ciascuna celebrazione prevederà anche l’ascolto della parola del Vescovo. Scopriamo con stupore che il Signore è vivo e all’opera in mezzo a noi con il suo Spirito che crea comunione, perdono, carità, giustizia, fraternità. Accorgiamoci che sappiamo “addirittura” affrontare questo nostro inaspettato cambiamento d’epoca, moltiplicando risorse, intelligenza, operosa carità e imprenditorialità. Riconosciamoci capaci di ascoltare il grido di dolore di tanti fratelli e sorelle ammalati che in questi giorni stanno combattendo contro questa epidemia, ed anche quello di coloro che hanno perduto i loro cari e cercano consolazione e giustizia: il Signore accolga nella pace coloro che hanno concluso la loro esistenza terrena. Continuiamo con fiducia il nostro pellegrinaggio verso la Gerusalemme celeste, magari camminando più lentamente, ma insieme. 

Mons Franco Agnesi, Vicario generale Diocesi di Milano

GLI APPUNTAMENTI DIOCESANI

L’Arcivescovo celebra la Settimana Autentica ed il Triduo Pasquale in Cattedrale.

Per offrire ai fedeli la possibilità di unirsi in preghiera, le celebrazioni liturgiche saranno trasmesse in diretta su Chiesa Tv (can. 195 d.t.), www.chiesadimilano.it, Radio Marconi, Radio Mater e sul canale YouTube chiesadimilano.it

Gli orari delle celebrazioni sono i seguenti:

- Domenica 5 Aprile : Domenica delle Palme ore 11.00;

- Giovedì 9 Aprile:  Messa nella cena del Signore ore 17.30;

- Venerdì 10 Aprile: Celebrazione della Passione del Signore ore 15.00;

- Sabato 11 Aprile: Veglia Pasquale ore 21.00;

- Domenica 12 Aprile: PASQUA DI RESURREZIONE ore 11.00.

Per la celebrazione domestica del mistero pasquale. Il Servizio per la Pastorale Liturgica prepara e diffonde attraverso il Portale www.chiesadimilano.it una sussidiazione per la celebrazione nelle case della Domenica delle Palme, del Giovedì santo, del Venerdì santo, della Veglia Pasquale e della Domenica di Pasqua. L’emergenza di questi giorni può rappresentare l’occasione per apprendere uno stile di preghiera in famiglia, tra genitori e figli, sperimentando la responsabilità battesimale nella gioia di essere “chiesa domestica”.

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