VIAGGIO ALLA RICERCA DEL MONACHESIMO DOVE NACQUE L’EUROPA

Enzo Bianchi

“Il filo infinito” di Paolo Rumiz: il racconto sulle tracce di San Benedetto tra passato e presente.  «Sono preoccupato per il destino di Europa. Forse sarà travolto dall’urto del Globale con la complicità dei professionisti della paura. Ma so che abbiamo il dovere della speranza». Così, in una frase al termine della penultima tappa del suo itinerario, Paolo Rumiz spiega il senso del cammino che ha voluto intraprendere attraverso una striscia dell’Europa – da Norcia alla Francia e alla Germania passando per il Sud Tirolo – sulle orme di san Benedetto.

Ne Il filo infinito che ora raccoglie le puntate di un avvincente viaggio narrato sulle pagine di questo giornale, Rumiz riesce a porre al servizio di un’idea concretissima di Europa due sue qualità: quella del viaggiatore attento che si lascia guidare da intuizioni successive nate dall’ascolto delle persone che incontra e quella di chi riesce, pur attardandosi su particolari che sembrerebbero fuori tema, a trasmettere l’essenziale di un’esperienza.

Narrare l’Europa attraverso alcuni dei suoi monasteri significa far parlare terre faticosamente dissodate e manoscritti gelosamente custoditi, far cantare fabbriche di birra e cantine assieme a cori monastici e organi di chiese, ascoltare la voce che sale da pietre impregnate da secoli di presenze oranti. Ma il racconto di Rumiz non indugia alla retorica: viaggiare lentamente, prendersi il tempo di acclimatarsi, dormire, mangiare, sostare accanto ai monaci che pregano, ascoltarne le parole quasi mai stereotipate… tutto questo consente di andare al cuore della vita monastica, saperne leggere lo spartito.

E il monachesimo – che in Europa occidentale e centrale è stato essenzialmente quello benedettino (non a caso il viaggio inizia e termina a Norcia, luogo natale di san Benedetto) – si è caratterizzato non solo per il celeberrimo adagio “ora et labora”, ma per un ben più articolato equilibrio tra letturastudio-preghiera – cioè “cultura”, radicata nella sacra Scrittura – e “coltura” della terra e dell’ambiente circostante. Amour des lettres et désir de Dieu – tradotto in italiano con Cultura umanistica e desiderio di Dio – era significativamente il titolo di un libro di Jean Leclercq dedicato al monachesimo medievale. E amatores loci, amanti del luogo in cui si stabilivano, erano chiamati i monaci fondatori di un nuovo insediamento.

Con questo equilibrio il monachesimo ha saputo offrire un senso alla storia, riscrivendone alcune pagine senza timore di andare controcorrente: cosa significava, infatti, in un’Italia in cui vigevano contrapposti il diritto romano in decadenza e il diritto visigoto, riunire comunità sotto una stessa regola di vita, condivisa da latini e “barbari”? Cosa significava legarsi stabilmente a un territorio in epoche e lande in cui scorrerie, carestie e fuga dalle campagne riducevano in miserie intere regioni?

I monaci in Occidente sono stati i primi uomini liberi a lavorare la terra, fatica fino ad allora riservata agli schiavi. Senza trascurare il dato – che Rumiz riesce a far emergere – della fondamentale uguaglianza nell’essenziale tra monachesimo maschile e femminile: lo stesso accesso delle donne all’istruzione per molti secoli è stato patrimonio quasi esclusivo degli ambienti monastici. Sì, il monachesimo nelle sue stagioni più autentiche è sempre stato abitato da un’istanza di “controcultura”, di tacita contestazione dell’ordine stabilito che gli fa percepire la vita “normale”, individuale e collettiva, come priva di gusto e di senso. Questa sensazione conduce il monaco a una presa di distanza radicale e, per reazione, alla ricerca di un genere di vita capace di ricostruire un nuovo ordine di valori e nuove relazioni sociali. Educazione precedente, doti carismatiche, familiarità con la Scrittura, confronto fraterno: tutto converge per la creazione di un mondo “nuovo”, un luogo in cui tutti possono vivere la fraternità, possedendo ogni cosa in comune e assumendo ogni decisione insieme. Scelta controcorrente, eppure resta il dato che è possibile rigettare solo ciò che già si possiede: così la vita monastica vive una serie di apparenti paradossi che la portano a recuperare “altrimenti”, in modo diverso, rigenerato, elementi culturali propri del contesto sociale abbandonato. Forse è per questo che Rumiz termina la frase sul destino di Europa, che ho usato come incipit, con un auspicio che si fa quasi certezza: «E [so] che tra le montagne italiane si nascondono la formula e il mistero della rinascita».

in “la Repubblica” del 23 marzo 2019

 

«Coraggio e cuore, dunque. Come monaci che rifondarono l’Europa sotto l’urto delle invasioni barbariche. Come i padri fondatori dell’Unione che dopo due guerre mondiali ridiedero dignità e ricchezza a un continente in ginocchio. Essi sapevano che l’Europa non è un dono gratuito, ma una conquista, e spesso un sogno che nasce dalla disperazione per la sua mancanza. Osarono sognarla nel momento non cui tutto sembrava perduto. Essi tesero dei fili. Tesserono trame e relazioni. Imitiamoli. Costruiamo una rete con i fratelli degli altri Paesi per far sentire meno solo chi non si rassegna a un ritorno dei muri e al linguaggio della violenza» (Paolo Rumiz)

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