Gino Strada, la pace come cura dalla guerra

di Massimo Castellani in “Avvenire” del 9 aprile 2022

Ho conosciuto Gino Strada grazie al mio maestro, Gianni Mura, quindi passando per la scorciatoia del calcio, la sua grande passione per l’Inter, condivisa con orgoglio e dignità con gli amici di famiglia, i Moratti. Poi ho scoperto la profondità dell’uomo, che era nato da gente normale e in «un buon posto per diventare medico», Sesto San Giovanni, la “Stalingrado d’Italia”. Infine, dopo, ho capito il grande valore del dottore più umano in cui mi sia imbattuto (con l’artistico e immenso dott. Enzo Jannacci), il quale la prima lezione non l’aveva mica appresa all’Università, dal mago della chirurgia Vittorio Staudacher, ma da sua madre, la quale quando seppe che il Gino voleva iscriversi a Medicina gli disse: «Fa il dutur, l’è minga un laurà, l’è una missiun». E quella missione, a volte anche impossibile nei luoghi in cui ha operato – non solo chirurgicamente – Gino Strada l’ha svolta da piccolo eroe esemplare, fino all’ultimo giorno (è morto il 13 agosto 2021).

Con la consapevolezza degli uomini giusti, attraverso l’arte medica, ha curato anche un po’ le anime, molte delle quali rendendole Anime salve, come cantava il suo amato “Faber”, Fabrizio De Andrè. I suoi ospedali da campo di quella concreta utopia che ha preso nome e forma solida di Emergency, l’hanno condotto in tutti i luoghi dove vivono, ma più spesso sopravvivono a stento, gli ultimi della terra. Ha masticato e sputato – assieme ai suoi “medici-missionari” del terzo millennio – polvere, da Kabul a Karthum. Ha schivato le vigliacche mine antiuomo e le bombe, cosìddette intelligenti, che cadevano dal cielo sopra Baghdad o Belgrado.

E questa memoria viva e più attuale che mai nei giorni della follia russo-ucraina, si ritrova nel suo “diario personale”, curato dalla moglie Simonetta Gola, Una persona alla volta (Feltrinelli. Pagine169, Euro 16,00). Questo libro, dopo il precedente del 2000, Pappagalli verdi. Cronache di un chirurgo di guerra (Feltrinelli) è il “testamento vivo” – che tutti noi dovremmo tenere a portata di mano e sfogliarlo, specie ora, per comprendere le ragioni profonde di un uomo che ha dato tutto se stesso per curare le ferite di quell’umanità povera e abbandonata che ha incontrato nel suo tortuoso cammino. Un percorso ultraminato che ha affrontato con la saggezza del filosofo Trasimaco, riscoprendo il valore di quelle parole connesse al suo “Manifesto per una medicina sui diritti umani”: «Solo un ipocrita, senza pudore o uno sprovveduto senza cervello potrà dirsi stupito: il giusto non è nient’altro che l’utile del più forte». Questo residuato di saggezza liceale, Gino lo custodiva con sé, portandolo nella bisaccia, specie nell’ultimo tratto coperto in soccorso di chiunque avesse bisogno del suo aiuto. La sua è stata una “democrazia medica”, sbandierata chirurgicamente. Uno stoicismo che lo ha messo anche di fronte alla gogna mediatica, perché «aiutare tutti indistintamente», è significato anche salvare la vita ai mefistofelici talebani. «Bisogna curare le vittime e rivendicare i diritti. Una persona alla volta», il suo monito, perenne.

Al cancro della guerra, il medico d’assalto ha sempre risposto con la terapia della pace.

Ponti di pace necessari quanto gli ospedali di Emergency, perché «la guerra per me ha sempre avuto la faccia di un uomo stravolto dalla sofferenza, il rosso caldo del sangue e la puzza di bruciato». Le riflessioni sulla guerra che si trovano in Una persona alla volta vanno lette e rilette ogni mattina, al risveglio da queste albe cupe e foriere di morte, dai governanti, dai geopolitici dell’ultima ora, da tutti noi uomini di informazione e dagli insegnanti che, prima della lezione, devono comunicare ai loro studenti un dato sconvolgente, quanto reale, che Gino Strada ci ricordava fino all’ossessione: «Le vittime di ogni guerra sono per il 90% i civili e un morto su tre è sempre un bambino». Da queste pagine affiorano le macchie dal sangue degli innocenti e si ode ancora il pianto disperato delle madri che come delle madonne tengono tra le braccia il proprio figlio ucciso dall’industria bellica. Non esistono dati certi sulla produzione della fabbrica del male e dell’odio, ma alla fine di ogni conflitto la conta dei morti e dei feriti confonde l’unica verità sulle motivazioni «tutte false», diceva, per cui quello scontro ferale si era scatenato. L’unica verità per Gino Strada erano le vittime che ha visto cadere e quelle che invece è riuscito a strappare alla morte, facendolo nell’unico modo che conosceva: «Potevo fare solo questo: curare i feriti e restituire un po’ di dignità alle loro storie». Storie mutilate, come quel bambino senza una gamba disegnato su una vignetta dall’amico Vauro, che per Gino valeva più di centomila opinioni: «Istruzioni per capire cos’è la guerra. Prendi la fotografia di un bambino afgano, e al posto della sua faccia, incollaci quella di tuo figlio».

Fatelo tutti, uno alla volta.

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